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WoGu

una delle vie multipitch più dure del Ratikon, aperta da Beat Kammerlander e dedicata a Wolfgang Gullich.

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“Beat, non ho mai visto niente del genere. Ho fatto pochi metri arrampicando, mi sono tirato su per le corde tutto il giorno. Ed è stato uno dei giorni di scalata più belli della mia vita.

Ho visto qualcosa di nuovo. Un livello di arrampicata che non conoscevo. Ma soprattutto ho sentito la forza interiore di Adam. Ed è stato esaltante”.

Siamo seduti nella sua cucina, davanti alla seconda birra, e Beat ride quando mi sente raccontare della giornata appena passata. È felice anche lui. Felice che un ragazzino di quindici anni abbia salito la sua via più dura, che a lui non è mai riuscita in libera: Wogu.

Beat Kammerlander l’aveva aperta undici anni fa e l’aveva dedicata a Wolfang Gullich. Dopo un’estate di tentativi aveva rinunciato, capendo che era al di sopra delle sua possibilità, e con l’apertura mentale dei grandi l’aveva lasciata come progetto aperto a tutti.

Dopo aver salito le altre due vie dure del Ratikon, da tempo volevo andare a dare un’occhiata alla temutissima Wogu. Per questo quando Adam mi aveva chiesto se volevo andare con lui avevo accettato con piacere.

Conosco già Adam e l’ho visto più volte scalare in falesia. Sempre mi ha impressionato per il livello sconcertante in arrampicata. Ma questa settimana, su una via di più tiri e con queste caratteristiche, mi impressionerà non solo per le capacità tecniche… Ci incontriamo su in Ratikon, dove staremo in furgone un po’ di giorni.

“So, are you in good shape?”. Dal suo “Yees”, quasi sussurrato ad occhi bassi e la sua “e” tirata lunga si intuiscono molte delle sue belle qualità. Educato e modesto, tranquillo e super determinato, con una capacità di mettere attenzione in tutte le sue cose, lo vedo già la prima sera con gli occhi che tradiscono impazienza . Quell’impazienza mi fa sospettare di un’enorme energia che vedrò nei giorni successivi.

Puntiamo la sveglia abbastanza presto. La mattina, ben prima che suoni, nel dormiveglia comincio a sentire Adam fuori dal furgone che prepara la colazione e aggiusta gli ultimi dettagli del materiale. Mi ricordo subito di quell’impazienza giovanile, che la mattina ti fa tirare giù dal letto compagni adulti. Così, con gli occhi semichiusi, apro il portellone e lo vedo al fornello, sveglissimo e scalpitante. Gli ripeto la lista del materiale per controllare che abbia tutto il suo personale. Del tutto inutile: è preciso, il ragazzino.

Colazione strozzata e poi via, quasi di corsa, all’attacco di Wogu.

È strano per me andare su una via del genere con un ragazzo così giovane. È vero che non è uno qualunque, ma ha pur sempre quindici anni, e il mio spirito di guida alpina, alla base della via, mi fa sentire un po’ il peso della responsabilità. Ma questo peso si ammorbidisce quando Adam comincia a salire il primo tiro. Provo a seguirlo da secondo, ma dopo qualche metro felicemente mi rassegno a diventare “assistente tecnico”. Cerco semplicemente di mettere Adam nelle migliori condizioni per provare. E questo mi appaga forse di più che se fossi io a provare la via. Mi godo questa giornata di tentativi. Lui prova e riprova movimenti assurdi, su appigli e appoggi appena disegnati. Sequenze rebus da risolvere una dopo l’altra. Personalmente mi ero illuso di trovare una via un po’ più dura delle due vicine, Silbergaier e Unendliche Ghesiscte. Invece le difficoltà sono totalmente diverse. Entrambe le altre, sono veramente due sentieri in confronto a questa Wogu. Qui siamo su duecentotrenta metri di boulder, uno dopo l’altro. Decine di passaggi più duri del più duro degli altri due capolavori di Beat.

I piedi da schiacciare sul niente, le mani su prese infime e soprattutto taglienti come lame. Per mettere insieme tutti questi rebus, oltre che riuscire a salire, ci vuole una capacità eccezionale di sopportare il dolore, ed è sorprendente quanto Adam abbia questa capacità. Ogni tanto provo ad abbozzare qualche movimento, e lui mi suggerisce “Bring your right foot very high and turn the body, then left one on friction…” Io, che credo di essere sciolto e portato per questa scalata, guardo per il destro alto, molto alto, sopra al bacino. “No no, higher, I did a chalk mark”. Cerco il segno di magnesio e… è all’altezza delle spalle…prendo le corde e mi tiro su fino al prossimo spit…

Adam invece prova e riprova decine di sequenze. Dopo due ore la pelle delle sue dita è già andata, e lui non sembra preoccuparsene. Nonostante il dolore, continua ad essere concentrato sullo scoprire e memorizzare passaggi su passaggi. Tratti aleatori, fatti di equilibri precari, su cui devi però anche stritolare le prese senza risparmiarti. Le ore corrono via lisce dietro al sole che gira. La forza fisica e mentale del mio giovane amico sembra non esaurirsi mai. I gesti della progressione si susseguono ripetitivi. Adam sale, mi recupera come gli ho mostrato (la sola cosa che posso insegnargli sono le manovre di corda), e io lo raggiungo alle soste. Lì, poche parole. Nei gesti pratici della salita, negli sguardi che si incontrano veloci, si comunica di più che con tanti discorsi. Sento in Adam il piacere di essere qui, da soli, in questo meraviglioso angolo di Alpi. Comincio a percepire che la sua voglia di prestazione lascia anche spazio al godere di ciò che sta vivendo su questa parete.

Mi ricordo di me quando avevo la sua età, e così mi è più facile sentire, almeno in parte, cosa gli smuove dentro questa esperienza. E questo mi riempie di gioia. Il suo piacere di essere qui mi appaga nel profondo.

Dopo i cinque tiri più duri ne rimarrebbe ancora uno un po’ meno impegnativo. Ed Adam ne avrebbe ancora per provare. Ma ormai è tardi e non ho ancora deciso come fare le doppie su questa via con qualche traverso. Adesso mi sento guida e fratello maggiore: “Adam, I think it’s time to go down”, e lui accetta senza problemi: “Ok no problem, can you rapel first?”

Non so quanti voli e quanti passaggi ha provato e fatto oggi, ma sono un’infinità. Sequenze difficili da memorizzare, con tanti spostamenti di piedi e mani su forme che si assomigliano tutte. “But can you remember something of the sequences?” Come fosse la cosa più naturale del mondo comincia a recitare e mimare duecento metri di scalata sottile, appiglio per appiglio, appoggio per appoggio, sensazione per sensazione…

Nei giorni seguenti il tempo è capriccioso e piove parecchio. Appena smette, di mattina sento Adam che scalpita. So benissimo che la via è improvabile, ma lo stesso lo seguo a piedi fino a sotto la parete, visto che sembra non volersi rassegnare… Scherzi della super motivazione.

A metà settimana me ne vado un giorno a Milano per una conferenza e Adam può fare la sua seconda giornata di tentativi, assicurato da Bokula, il padre. Alla fine della mia proiezione di foto accendo il cellulare e suona un messaggio: “today was good try, tomorrow rest. Will you be here in the night?” . Subito digito un “of course”. Il giorno dopo sono di nuovo su, nella meravigliosa conca sospesa che fa da base alle pareti delle Kirklispitze. Adam mi racconta per filo e per segno della giornata con il padre. E capisco che il giorno dopo partirà deciso… La mattina, con ancora la colazione sul gozzo, in un attimo siamo alla base della parete. Vado davanti sullo zoccolo alpinistico e alle otto, in mezzo ai vapori che si dissolvono, siamo sotto il primo tiro. Cominciano i preparativi con una certa solennità. Adam è superstizioso, all’imbrago numero pari di rinvii, quelli con i moschettoni arancione. Nei gesti pratici sento tutta la sana tensione del momento. Spero che in qualche modo quella che sento io venga sottratta alla sua. Finalmente parte per questo primo tratto, solo 8c… Già dai primi metri noto che non ha la sua abituale fluidità. È teso, e dopo trenta metri, su una difficile sequenza con gli appigli ancora bagnati, cade. Fin qui tutto bene, fra me e me penso che un volo ci sta, per scaricare la tensione. Lo calo alla sosta e, da buon assistente, lo metto comodo a riposare. Un quarto d’ora, altri riti scaramantici di preparazione e riparte. Sul primo tratto lo vedo decisamente meglio, come se avesse lasciato giù lo zainetto della mente pesante. Non considera il run out prima del tratto più duro, scivola in su sul diedrino umido…dai che c’è… alè, alè… Noooo, una micro incertezza e la mano non si ferma sul bidito del passaggio chiave. Adam, con un urlo di rabbia, si ritrova appeso alla corda dieci metri più in basso…

Lo calo e non so cosa dire. Mi guarda e vedo che è un po’ sconsolato, ma anche arrabbiato. “I climbed like an idiot”. Vorrei, io…

Sono le nove passate, Adam ha già fatto sessanta metri in due giri, e siamo ancora alla prima sosta, non ancora partiti. Do per scontato che oggi non possa essere il giorno buono. Ma per lui è ovvio aspettare venti minuti prima di ripartire. È il momento più carico di tensione della giornata. Non proferiamo parola. Dal canto mio cerco quasi di non esistere, di lasciarlo da solo nella sua concentrazione. Nel trascorrere di questi minuti densi sento che qualcosa sta cambiando in lui. Gli cambiano gli occhi. Il silenzio è solenne. La quiete prima della battaglia. Perché è proprio una battaglia quella che sta per cominciare. Una battaglia da pelle d’oca, almeno per me che sto in sosta.

Finalmente Adam infila per la terza volta le scarpe, stringe lentamente i velcri, niente più rinvii all’imbrago, né pari né dispari, solo una ghiera e la piastrina per recuperare me. Non fa caldo, e al momento di partire si sfila anche la t-shirt, rimanendo a petto nudo. Gli dico che in sosta avrà freddo, perché per quanto veloce io sia non ci metterò meno di dieci minuti a raggiungerlo. Con lo sguardo ancora basso, a voce quasi sussurrata risponde a me e a se stesso “but now I have to do everything to do it”. Sì, gli è cambiato qualcosa.

Parte. Ed è scalata superiore. Un condensato di determinazione, precisione, velocità. Dopo pochi minuti sento l’urlo di scarico e gioia sulla sosta alla fine primo tiro. Bene, capisco che si è tolto lo zaino della pressione. Ora tocca a me, e cerco di fare di tutto per essere il migliore compagno in una giornata così. Devo semplicemente essere il più veloce possibile, e lui deve solo pensare ad arrampicare. Così in pochi minuti salgo il tiro fra roccia, spit e corde, recupero il sacco che lascio alla sosta precedente, preparo tutto per il prossimo tiro.

Il secondo non è così difficile e va al primo tentativo.

Ma al terzo c’è di nuovo da soffrire. E tanto! Il tiro è un 8c scarso, ma il grado stavolta non vuole dire proprio nulla, perché è lungo poco più di dieci metri e non è nemmeno verticale! Sono tre boulder su lamette di rasoi distanti, con i piedi quasi inesistenti. Tornano dolore e incertezza…

Adam parte. Al primo tentativo cade dopo un metro. Giù di nuovo. Al secondo le dita gli schizzano via come fiammiferi da una presa di carta vetrata. Giù di nuovo. In sosta lo vedo contemplarsi le dita, ormai visibilmente danneggiate. Al terzo sale di più, ma un appoggio inesistente gli è fatale. Altro urlo di rabbia e giù di nuovo. E con un po’ di preoccupazione.

Al quarto tentativo assisto ad un po’ di esitazione nel portare il piede sinistro sull’appiglio dove ha la mano… “Come on Adam!!!!”. Con un urlo soffocato riesce a portare la scarpa sull’infinitesimale appiglio dove sfila le dita. Mi prende un’agitazione totale. Fermo in sosta e non arrampicando, è normale che senta la tensione più di lui. Faccio un tifo disperato, come non mi è mai successo… “Go go go Adamino!!!!” E lui supera l’ultimo passaggio e arriva in sosta. Le mie pulsazioni si abbassano… con un respiro di sollievo si apre momentaneamente la valvola della pressione emotiva che ho dentro. In due minuti lo raggiungo e preparo tutto per il prossimo tiro, il più doloroso per la poca pelle che gli resta sulle dita…

Lo vedo nastrarsi in modo dubbio. E qui, non correggendogli la fasciatura, pecco nel mio ruolo di assistente-fratello maggiore. Questo gli costerà il prossimo volo, quando, sulle ultime gocce affilate del prossimo tiro (…solo 8b..) gli si scappocchierà il cerotto.

Lo calo e per la prima volta oggi, un po’ preoccupato guardandosi le dita cosparse di piccoli puntini rossi… “I start to be a little bit tired”. Allora mi ricordo del primo giorno in cui avevo provato la vicina Silbergaier con Beat, e le mie dita erano devastate. Era stato Beat quella volta a prendermi le mani e insegnarmi una buona tecnica di nastratura. Così osservo bene tutti i punti rossi delle sue dita ancora tremanti per la tensione e, passando il testimone dell’attenzione che una volta mi è stata data, gli faccio un bendaggio perfetto. Mi guarda stupito: “oh this is great!”. Dopo dieci minuti riparte come un leone e in un’attimo raggiunge la sosta, sull’unica buona cengia della via. Quando lo raggiungo è sorridente e mostrandomi l’orologio “you see, it’s lunch time, are you happy now?” In effetti è da stamattina a colazione che scherzando gli dico che, come buona guida, dovrebbe portarmi, per l’ora di pranzo, alla cengia del quinto tiro. Ridendo guardo l’orologio, subito dopo il cielo e mi faccio quattro conti silenziosi… “fantastic, so we can stay here at list fortyfive minutes”. So che gli basteranno per recuperare. Così, seduti su questa cengia perfetta davanti ad una buona fetta della catena alpina, passa un’ora di piacevole distensione, io con gli avanzi della cena di ieri, lui con qualche barretta.

Il pacchettino che mi ha dato da mettere nel sacco dice molto dell’attenzione che Adam mette in tutte le cose. Piccoli particolari, per nulla scontati soprattutto se si pensa che ha fatto pochissime vie di più tiri. C’è veramente tutto il minimo indispensabile per stare in parete un giorno, e da qualche oggetto si intuisce che il padre Bokula e la madre Eva vengono dall’alpinismo. Rimango stupito in particolare da un tubetto di crema. “Adam, what’s this???” “Oh, it’s sun protection, I have to put it now on my neck!!!”. “whaaaaat???? You are climbing the hardest route of the world and you worry about putting sun cream on your neck?????” Si impensierisce, forse un po’ imbarazzato…”actually, I am worry because I can not put it by my self, my hands would be greasy after it.” Così apro il tubetto e sorrido di tenerezza nello spalmare la crema sul collo di questo ragazzino che sta per scrivere uno dei grandi capitoli della storia della scalata.

Quasi subito comincio a vederlo impaziente di ripartire e tergiverso per perdere tempo. Tempo che credo passi come acqua nei suoi muscoli ormai stanchi. Ma poi mi chiedo che senso ha. Adam ha soli quindici anni, ma la sua maturità in arrampicata e la sua conoscenza di se stesso sono sorprendenti. Se si sente di andare adesso, è inutile che io cerchi di farlo indugiare ancora qualche minuto.

I brividi della giornata non sono finiti. Davanti a lui si presenta un altro tiro, che, seppure neanche verticale, è di forza esplosiva. La difficoltà, 8b+, si concentra in una sequenza di tre metri. E il primo tentativo, con un appoggio che gli si sbriciola sotto le scarpe, gli è fatale. Ho perso ormai i conti di quante volte oggi è caduto. Ogni volta l’ho visto guardarsi le dita e soffrire in silenzio. Ogni volta ho dubitato che oggi ce la potesse fare. Ogni volta l’ho visto girare la frustrazione in determinazione. Ogni volta l’ho visto ripartire con occhi più affilati. Una capacità di soffrire in silenzio ed energie fisiche e mentali sorprendenti ed inesauribili.

E ora ancora si ripete. Torna in sosta, riposa dieci minuti, si prepara, sempre in un’atmosfera densa, tre respiri profondi, gli sguardi si incrociano facendo finta di niente e via. Sul tratto chiave ogni presa è un suono soffocato di cattiveria. Sul breve traverso Adam si apre come un cristo su due svasi inesistenti, piede sinistro basso, sul quasi niente, piede destro a tallonare sulla mano all’altezza delle orecchie, senza fermarsi sfila da sotto il tallone le dita… altre due urla soffocate ed è fuori dal tratto chiave. La mia tensione esplode in un’eccitazione totale… “come on Adaaaam!!! Now you bring me to the toooop!!!!!” Non mi ricordo di aver mai fatto a me stesso tanto tifo quando stavo per riuscire in un mio sogno di scalata. Non mi ricordo di essere mai stato tanto eccitato quando stavo per annusare una cima per me. Per la mia arrampicata non ho mai sentito così l’aspetto della gioia incontenibile, quella da urlare…

Come un missile sono alla sosta successiva e in un attimo con le sue corde già passate nell’ATC, pronto per un altro tiro. Adam l’ha già salito a vista , e quindi ormai mi sento verso la riuscita.

Fortunatamente va bene, è il solo secondo tiro di oggi dove Adam non deve riprovare dopo una caduta. Alla penultima sosta lo vedo sorridente, ma ancora a trattenere, quasi per scaramanzia, la gioia della riuscita. Sugli ultimi metri scivola via concentrato e leggero. Un’ultima fessura lo porta sulla cima. Finalmente sento l’urlo liberatorio!

Poco dopo mi ritrovo anch’io sulla cresta finale. Un abbraccio pieno di retaggi di alpinismo sigla un momento bellissimo.

Ci spostiamo al di la della cresta, buttiamo tutto il materiale sul prato e ci sdraiamo al sole.

L’energia svuotata lascia il posto ad una calma piena e meravigliosa.

Il fatto che Adam abbia appena liberato la più difficile via del mondo non sembra avere nessuna importanza. Gli chiedo se vuole che lasciamo il materiale qui, domani potremmo tornare su con Beat a fare qualche foto. Mi guarda, con il suo solito sguardo che racchiude in sé sensibilità, vitalità e modestia… “you know… tomorrow I would prefer climbing somewhere else..” ma non si dimentica di Beat e così lo chiama per ringraziarlo. Poi me lo passa e gli faccio una brevissima cronaca della giornata. Lo sento ridere di felicità dall’altra parte del telefono… “ah ah ah, such a fight!”.

Pietro dal Prà

 
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