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Pietro dal Prà

Published on 6 settembre 2012 in Persone

pietro dal pràPietro Dal Pra nasce a Vicenza nel 1971 e comincia a frequentare la montagna fin da bambino con la famiglia. Muove i primi passi sulla roccia con il padre sulle Dolomiti, ma è vicino alla sua città, nelle falesie di Lumignano che comincia a dedicarsi seriamente all’arrampicata.. Grazie ad una passione totalizzante ed a una certa predisposizione brucia le tappe e ancora giovanissimo sale vie di arrampicata sportiva di estrema difficoltà, probabilmente fra le più impegnative della metà degli anni ottanta, non solo in Italia, ma anche nelle falesie più conosciute d’Europa, nel sud della Francia. Poi, alla fine degli studi, le avventure dell’arrampicata sportiva in bassa quota non lo soddisfano più completamente e l’esigenza di muoversi e respirare nei grandi spazi alpini lo porta a scoprire le pareti delle Dolomiti e delle Alpi. Per la voglia di vivere quotidianamente le montagne anche in senso professionale, diventa guida alpina all’età di ventun anni. Parallelamente a questa professione, che esercita quasi a tempo pieno, Pietro continua a frequentare le montagne durante tutte le stagioni e sulle pareti dolomitiche firma alcune delle più belle salite, in tutti gli stili, da solo o con compagni, in estate ed in inverno, in prime salite o nella ripetizione degli itinerari più importanti. Oltre che sulle Dolomiti, sale vie di estrema difficoltà su tante rocce del mondo, dalla Patagonia al nord America.

Ciò che più ha caratterizzato l’attività di Pietro Dal Pra è la varietà degli stili delle scalate da lui affrontate. La sua grande passione per l’arrampicata in tutte le sue forme, lo ha portato a salire su tutti i tipi di pareti e di rocce, da quelle di pochi metri in cui l’obiettivo è il raggiungimento della massima difficoltà in totale sicurezza, alle grandi pareti alpine e non solo, teatro per Pietro di un alpinismo pulito, dettato dalla semplice voglia di vivere il mondo verticale e non da quella di produrre imprese alpinistiche. Ciò che ha fatto di Pietro Dal Pra uno dei pochi scalatori al mondo così eclettici, è la sua voglia di sempre nuove esperienze verticali, unita ad un grande stile di arrampicata.

Pietro Dal Prà è donatore di midollo osseo dall’8 giugno 2010.

Una sera a Bassano presento la mia attività alpinistica e parlo del perché vado in montagna. Fondamentalmente ci vado per un bisogno di umanità. Una sete di vita.

In questa occasione conosco Giovanni, un simpatico ventiduenne che è in attesa di donazione di midollo osseo. Mi scopro totalmente ignorante in materia. E interessandomi arrivo a sfiorare un altro mondo, non quello delle montagne, in cui si va ricercare umanità e vita non per volare alti, ma per sopravvivere.

Da subito mi vergogno della mia ignoranza. Quasi mi arrabbio con me stesso e con il mondo di non aver mai saputo niente di quel popolato mondo di persone che vivono nella speranza di trovare un donatore compatibile. Mi stupisco enormemente di quanto facile sia diventare potenziale donatore di vita.

Un’ora. Forse meno, dipende da dove si vive e da quanto traffico c’è per andare in ospedale a fare un normale esame del sangue. Un’ora. Per diventare un numero che sarà inserito in una enorme banca dati mondiale. Un contenitore a cui molti in attesa di trapianto guardano con speranza.

Una scatola di numeri. Sempre troppo piccola. Assurdamente piccola. Perché per ingrandirla ci vuole un’ora della propria vita. Il tempo di un aperitivo, di una navigata in internet, di una pennica dopo pranzo, di due telegiornali, di una telefonata, forse meno di quanto molti spendano ogni giorno a scrivere sms.

Andiamo tutti di fretta e queste cose le facciamo tutte. Ma quell’ora da spendere per andare a farsi tirare fuori un po’ di sangue e buttare il proprio numero nella scatola della vita l’hanno trovata solo trecentosettantamila persone in Italia. Undici milioni nel mondo. La scatola dei numeri della vita è scandalosamente poco rifornita.

Società moderna. Un lamento continuo sulla spersonalizzazione dell’individuo. Sull’egoismo, la mancanza di senso, l’apatia, le frustrazioni. Il troppo ha svilito l’essenziale. Il benefico essenziale.

E allora considerazione egoistica: ma impiegare un’ora per mettere il proprio numerino nella scatola della vita da solo più speranza a qualcuno di sopravvivere o anche a chi lo fa da la possibilità di riconoscersi dentro un senso dell’ essere al mondo? È meno nobile sentirsi orgogliosi in quanto potenzialmente donatori di vita che pensare al dolore di chi sta attendendo (al momento con possibilità remote vista la piccolezza della scatola della vita) un trapianto?

Non perdiamoci in inutili elucubrazioni, anche perché i due aspetti non sono disgiungibili.

Andrò a farmi questo prelievo e diventerò un numero nella scatola della vita perché, ora che so, non ho scelta. Perché di ore inutili ne ho buttate, ne butto e ne butterò. E un’ora così concretamente utile non si può non vivere. Forse, e le possibilità sono remote, qualcuno nel mondo avrà la vita da questa mia ora e da questo mio gesto. Ciò che invece è sicuro….è che starò meglio io.

 

 
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